La mentalità italiana nei confronti dell’ICT, nel 2010

Leggo su PC Professionale di Ottobre 2010, un articolo sui nuovi sistemi di Cloud Computing, che permettono alle aziende con investimenti contenuti, di usufruire di infrastrutture IT e software di altissimo livello, ospitate da aziende tipo Microsoft, Amazon, VMWare.

Come al solito la parola problematica in italia è “investimenti”, soprattutto per la mentalità ottusa e politica di Manager/Proprietari.

Snoccioliamo alcuni dati.

In base ad una indagine condotta da NextValue in collaborazione con CIOnet su 200 IT manager (definiti CIO Chief Information Officer) è risultato quanto segue:

In Europa  i CIO intendono spostare su cloud nei prossimi 12 mesi, i seguenti servizi:
74% servizi email
51% applicazioni office come fogli di calcolo, calendari, elaboratori di testo etc.
49% applicazioni di unified comunications come fonia, instant messaging etc.
49% applicativi CRM (Customer relationships management)

In Italia invece la situazione cambia drasticamente;
54% la business intelligence (analisi dei dati aziendali)
36% BPM (business process management) per la gestione dei processi aziendali
22% applicazioni di unified comunications come fonia, instant messaging etc.
17% ERP (software gestionale per la gestione completa della azienda).
6% servizi email

Inoltre c’è da sottolineare che solo il 7% delle aziende italiane ha sviluppato una soluzione di cloud in azienda contro il 29% di quelle europee.

Come previsioni di adozione, in Italia solo il 9% di aziende prevedono di passare a servizi cloud, contro il 32% a livello europeo.

La mia considerazione è che oltre a un discorso numerico, che identifica una scarsa propensione all’innovazione delle aziende italiane, esiste un problema ancora più grave, che è il tipo di servizi che queste aziende vogliono implementare.

Mi spiego: in Europa le aziende hanno già superato lo scoglio di implementazioni di applicazioni “core” tipo gestionale, business intelligence, bpm,  per passare ad applicazioni e servizi avanzati che permetteranno ad esse di competere nel mercato globale, applicazioni del tipo CRM, maggiore sicureza e affidabilità nelle email e sistemi di comunicazioni unificati.

In Italia siamo ancora ancorati ad applicazioni “core” che oramai per le aziende sono “commodities” ovvero sono molto standardizzate e l’implementazione di un marchio rispetto ad un altro di queste applicazioni/servizi, non è più un vantaggio competitivo per le aziende.

Ma la cosa a mio giudizio, più sconcertante sono le motivazioni che i CIO italiani danno a questa arretratezza:

66% parlano di freni tipo manageriale, legati alla mancanza di cultura aziendale
23% di freni di tipo operazionale, cioè mancanza di competenza tecnologiche e difficoltà di integrazione degli applicativi (mi vengono in mente le varie “isole felici” dei nostri produttori di gestionale, dove la parola “integrazione” è qualcosa di molto remoto)
29% ostacoli di natura finanziaria derivati dalla mancata capacità di misurare il rendimento e la mancanza di budget.

I problemi tecnici sono un ostacolo solo per il 5% degli intervistati.

Cosa emerge da questo quadro?

Sia a livello manageriale che a livello di forza lavoro, manca cultura e formazione. Quindi lo sforzo delle aziende italiane è quello di mantenere lo status quo e non quello di evolvere e di competere nel mercato (magari accusando il fatto che il lavoro in italia costa molto, quindi non si guadagna e che è meglio espatriare. Ma in germania o in Francia costa meno il lavoro?)

 Ultimo appunto: nella mia carriera di professionista ICT mi sono sempre scontrato con questi “mulini a vento”, magari pensando che certe volte sono io che propongo e sostengo cose fuori dal mondo. Ma non immaginavo che questo “Mondo” finiva e tutt’oggi finisca in italia……

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