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10 cose da fare e 10 da non fare nelle campagne Social Media

Guide, relazioni e presentazioni possono essere strumenti utili al fine di costruire una efficace strategia di social media . Ma l’essenza di cosa fare e cosa si dovrebbe evitare nella campagne Social Media la descriviamo di seguito:

Social Media: Cosa fare
Prima di sviluppare, identificare i 4 punti: Cosa, Chi, Quando e Perché.
Aver chiaro l’obiettivo. Se si vuole avvicinare un nuovo mercato di nicchia o si vuole attrarre più giovani membri della comunità, essere specifici in modo che i messaggi siano mirati.
Essere in coerenza con il valore proposto dalla vostra l’azienda.
Controllare attentamente il contenuto prima di inviarlo. Pensare sempre all’immediatezza del passaparola
Costruire una comunità invece di pubblico e di relazioni di fiducia invece di campagne.
Offrire un contenuto di valore per un pubblico mirato.
Ascoltare il proprio pubblico e rispondere immediatamente e con intelligenza. Ricevere i feedback integrarli nella vostra strategia.
Mantenere un’immagine e un atteggiamento coerente in canali diversi.
Misurare i tuoi risultati. Definire gli obiettivi e gli indicatori chiave di performance. Assicurati di misurare e rivedere la vostra strategia in base ai risultati.
Essere diverso e unico.

Soprattutto ricordate che i social media è un grande canale che può fornire un feedback prezioso. Quindi cercare di coinvolgere e interagire con i membri della comunità!

Social Media: Cosa NON fare
Non costruire in modo indipendente della vostra strategia offline.
Non pubblicizzare, coinvolgere la comunità.
Non solo scrivere, ascoltare le conversazioni.
Non eseguire, interagire con la gente.
Non concentrarsi sulla percezione dei prodotti, ma sui loro sentimenti quando usano i vostri prodotti.
Non creare un circolo di fan, ma un circolo di fiducia.
Non dettare, essere democratici e orientato alla comunità.
Non solo chiedere, ricompensare con piaceri e informazioni.
Non mentire, essere sempre autentici.
Non creare valore promozionale, ma un valore aggiunto.

Soprattutto ricordate che l’obiettivo principale di sviluppare una campagna di social media è quello di far parlare della vostra azienda. Non cercare di vendere direttamente.

(tradotto liberamente da “http://www.webseoanalytics.com/blog/the-10-dos-and-10-donts-of-a-corporate-social-media-strategy/“)

Presentazione App Pedemontana

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BENVENUTI NELL’ERA DEL SOCIAL CRM

Sono ormai un bel po’ di anni che ci troviamo al centro di una “rivoluzione” guidata in particolar modo dalla profonda trasformazione che ha travolto il mondo del web. Anche se ormai nomi come Facebook, Twitter, LinkedIN e tanti altri sono di uso comune e li ritroviamo praticamente in ogni momento della nostra giornata, non dobbiamo scordarci che sono l’espressione di un radicale mutamento nella modalità con cui comunichiamo e ci relazioniamo travalicando limiti fisici e geografici un tempo impensabili. Partecipare a forum, community, blog, social network è oramai qualcosa di tacitamente acquisito che ci consente di amplificare in ogni direzione la comunicazione di tutto ciò che pensiamo, ricordiamo, giudichiamo, valutiamo, votiamo e, in ultima istanza, siamo.

La nostra caratteristica di esseri “sociali” viene quindi supportata da tutte queste nuove tecnologie che cadono sotto il perimetro del cosiddetto web 2.0, l’evoluzione umanizzata di quell’internet statica che ricordiamo a mala pena e che sfociò nella tristemente nota bolla della Rete.

In questo nuovo scenario si concretizza la possibilità di instaurare, volente o nolente, un dialogo tra aziende e consumatori non più gestito univocamente e unidirezionalmente dalle prime attraverso i classici canali di comunicazione (IVR, Call Center, fax, email, ecc.). Lo svincolarsi dalle piattaforme di comunicazione di proprietà e controllo aziendale consente ai consumatori di far sentire la propria voce direttamente o attraverso lo scambio di opinioni e valutazioni delle proprie esperienze tra utenti.

E’ l’era del Social Customer.

Quali sono dunque gli effetti più evidenti di questo nuovo paradigma di comunicazione e partecipazione sul business?

  1. il Social Customer vuole comunicare con l’azienda (e vuole essere ascoltato) secondo quelle che sono le sue esigenze e modalità di contatto,
  2. il Social Customer pretende un impegno maggiore e costante da parte delle aziende per vedere soddisfatti i propri bisogni,
  3. il Social Customer si mette in gioco per esprimere giudizi che influiscono direttamente ed indirettamente sulla reputazione e l’immagine dell’azienda (e quindi sul fatturato).

La naturale risposta all’esigenza di un approccio di business centrato sul Social Customer è la definizione di una strategia di Social CRM che raccoglie quindi l’eredità del classico Customer Relationship Management. Le definizioni di Social CRM elaborate in questi ultimi anni dai vari esperti di settore sono state svariate, ma quella che in un certo senso raccoglie il meglio di queste, per la sua corretta generalità e capacità di essere opportunamente declinata in aspetti più operativi, è quella di Paul Greenberg, considerato il maggior esperto mondiale di CRM:

Social CRM is a philosophy & a business strategy, supported by a technology platform, business rules, workflow, processes & social characteristics, designed to engage the customer in a collaborative conversation in order to provide mutually beneficial value in a trusted & transparent business environment. It’s the company’s response to the customer’s ownership of the conversation.”

                                                                                                                 Paul Greenberg, Author of CRM at the Speed of Light

Quindi è necessario cominciare a pensare come questo nuovo paradigma influenzerà la propria strategia aziendale e come ci si vuole preparare ad affrontare questa sfida. Normalmente le attività preliminari sono:

  • ascoltare come e dove avvengono le conversazioni sul proprio brand, prodotto/servizio, competitors, settore di mercato ecc., su cosa vertono e qual è il tono,
  • comprendere, di conseguenza, le opportunità di definizione della propria presenza “social” e il tipo di contributo che ricadrà sui processi di marketing, vendite, customer service e innovation.

Le principali opportunità in termini di business sono numerose, ma in particolare quelle di:

  • ridurre i costi di gestione del Customer Service grazie al supporto generato dal basso ossia dai clienti che all’interno di specifiche support community (autonome o sviluppate appositamente dall’azienda) si aiutano vicendevolmente, (quasi) autonomamente e proattivamente fornendo e condividendo soluzioni a differenti problematiche  che affliggono la Customer Experience,
  • agevolare la nascita (e la successiva gestione) di brand ambassador community ossia di clienti che, in funzione della loro Customer Experience, presentano un forte engagement con l’azienda e che autonomamente si sentono rappresentanti dei valori della stessa diffondendoli attraverso i loro network sociali,
  • proporre, condividere e valutare – a supporto del dipartimento di R&S – possibili proposte di innovazione marginale o radicale su specifiche piattaforme di innovation management,
  • conoscere più approfonditamente i propri clienti e i loro network al fine di ridurre i tempi dei processi di vendita dalla fase di lead generation e quella di chiusura dei deal.

Una semplice ma efficace rappresentazione del processo di Social CRM è stata data da Jacob Morgan, Social Business expert di Chess Media Group.

Ed è nel momento in cui l’azienda riesce a creare engagement, ossia a coinvolgere attivamente la propria struttura e la clientela in un dialogo continuo, partecipato e multi direzionale, che si raggiunge l’obiettivo di co-creare valore per tutti gli attori coinvolti trasformando la Customer Experience in un nuovo modello denominato Experience Continuum (concepito da Jacob Morgan ed Esteban Kolsky). Un nuovo modello di esperienza in cui il legame diventa praticamente indissolubile e continuo (sempre considerando che i silos organizzativi tra i dipartimenti aziendali non creino un ostacolo al flusso di conoscenza e gestione operativa interna).

Dal punto di vista tecnologico, per supportare questo nuovo paradigma, si stanno facendo avanti più soluzioni che al momento rappresentano singole componenti applicative di un mercato complesso e in continua evoluzione e che comprendono funzionalità come:

  • social media monitoring e analytics
  • collaboration
  • community management
  • feedback management
  • text mining and semantic analysis

La sfida in atto è quella di recepire tutti le capabilities e i relativi vantaggi di business messe a disposizione e di integrarle con i sistemi di CRM tradizionale, che continueranno ad assicurare il presidio della relazione diretta tra azienda e cliente.

Se siete interessati a questa nuova “rivoluzione”, seguiteci per continuare a discutere di casi aziendali, news, eventi e tutto quanto ruota intorno al Social CRM.

Una realtà italiana ancora in ritardo: le pmi e il web, mondi lontani

Riporto integralmente un articolo di Giovanni Fracasso (http://www.giovannifracasso.it), attualmente uno dei massimi esperti di strategie e-commerce:

“Il rapporto Assinform 2011 ha presentato i dati annuali che fanno il punto su
informatica, telecomunicazioni e contenuti multimediali nel nostro paese.

Per vedere alcuni risultati di questa indagine statistica potete visitare il
sito di  Michele Vianello che li presenta in un unico articolo.

Prendo solo 3 dati, che sono lo spunto per definire una situazione: Le
Piccole e Medie Imprese (PMI) che vendono online sono, in Europa, il 14,4% del
totale. In Italia il 3,8%. Le imprese che acquistano online sono il 26,4% in
Europa, il 16,5% in Italia.

La popolazione che usa i servizi di homebanking è il 36% in Europa, il 17,6%
in Italia. E tra questi – desolanti – mi fisso su uno, quello più relazionato
con il mio lavoro: 13,4% contro 3,8%. Questa ė la distanza tra la percentuale
delle piccole e medie imprese che vendono su web in Europa e l’Italia.

Una distanza già preoccupante, ma che non da segni – nell’immedito futuro –
sulla possibilità di recuperare il gap.

Oltre il 96% dei nostri imprenditori non ha ancora capito che su web i
prodotti e i servizi si possono vendere, aumentando con un solo canale la
possibilità di arrivare capillarmente in ogni angolo del pianeta. La situazione
è penosa.

Il motivo non ė imputabile ad una saturazione della produzione che non non li
spinge a cercare nuovi canali.

La risposta media alla “crisi” ė troppo spesso, purtroppo, la riduzione degli
investimenti (strutturali o di marketing che siano). Il risultato della
situazione di stagnazione che stiamo vivendo ė una continua perdita di
competitività dell’intero sistema.

Mentre gli altri investono su web con servizi in grado di vendere
direttamente i loro prodotti, noi stiamo a guardare: “Ma che bravi”, “Hai visto
che bella idea”…inebetiti dal cambio di prospettiva.

Le vecchie regole del commerciale stanno saltando, saranno sempre più messe
in discussione e la distribuzione dei prodotti è sempre più una questione tra il
produttore ed il consumatore (attivo o passivo che sia).

E’ indubbio che la forza del sistema paese Italia è nella piccola e media
azienda.

Ma se questa non riesce a leggere il mondo che sta cambiando e ad allinearsi
con i competitor stranieri per stare al passo con il mondo che cambia, la
situazione non potrà essere rosea in futuro.

E tutto perchè cambia il mezzo: lo ripeto spesso che per investire
nell’e-commerce non serve essere appassioanti di web, esatttamente come chi apre
un negozio fisico o una fabbrica non deve essere appassionato di edilizia o dei
macchinari che servono alla produzione…bisogna essere appassionati del proprio
business.

Ahimé, il web non è più una roba per smanettoni e nerd, ma è uno strumento
maturo per portare a casa soldi: nessun falso miraggio, si tratta di lavorare
giorno per giorno sul nuovo canale commerciale.

Ma i nostri imprenditori sembrano ancora “vecchi”: anagraficamente o
mentalmente, non sanno portare le aziende in questa nuova dimensione. e
continuano a scornarsi con i loro distributori – anche quelli che non trovano,
agenti, commerciali. Gli appelli e gli avvisi per farli edotti del pericolo si
sprecano.

Ci sono professionisti, professori, appassionati che predicano bene ma
soprattutto tra di loro.

Tutte le sirene d’allarme sono pietre lanciate nel vuoto e rimangono
inascoltate.”

Come NON affrontare un progetto di e-commerce

Oggi si parla molto di e-commerce e, visto che sarà ed è un buon business, tante aziende, negozi stanno iniziando ad affrontare progetti per mettere on-line la loro attività

Ma come si affronta un progetto di tale importanza?
Ecco la parola chiave: importanza.
Si pensa che per vendere on-line si prenda un qualsiasi software opensource di e-commerce, si cerchino i moduli necessari per il pagamento e per l’interfaccia grafica, si metta tutto su un servizio in hosting, si inseriscano gli articoli (non troppi perchè non si sa se perdere tempo) e si aspetti che qualcuno compri.
Bene, tutto questo non serve a niente: a meno che non abbiate un prodotto che per sbaglio improvvisamente diventa il non-plus-ultra del mercato e tutti lo vogliono, non si venderà niente.

Perciò alcuni consigli su cosa NON fare quando si affronta un progetto di e-commerce:

  1. non fate prove: non servono a niente e nessuno compererà mai. L’utente che si avvicina all’acquisto on-line è già di per se diffidente e se non trova degli elementi che gli diano fiducia nel sito (quantità qualità degli articoli, informazioni su come fare etc.) non comprerà mai.
  2. non mettete foto amatoriali o improvvisate (purchè non si tratti proprio di quello l’argomento del sito), in quanto danno una pessima immagine ai vostri prodotti. Comprereste mai un articolo contenuto su una scatola sgualcita o brutta?
  3. non affidatevi a studi che fanno solo web design o siti web: la grafica del sito e-commerce è molto importante ma non è l’unico elemento. Serve anche una buona conoscenza tecnica del software, delle normative e soprattutto della comunicazione. Sono molti i casi di siti con grafica accattivante e poi non si sa come fare per mettere un prodotto nel carrello o non si capisce quali sono le condizioni di vendita.
  4. il programmatore non è un esperto di e-commerce: e come far fare il design di un auto da un ingegnere meccanico che si occupa del motore. Sarà difficile che tenga conto del lato emozionale del design.
  5. non fate il “fai da te”: se non siete già con una certa esperienza, il “fai da te” è come fare le prove, quindi tempo perso e scarni risultati
  6. non pensate che l’investimento sia solo fare il sito: il più grossi investimenti sono la gestione del sito con i prodotti – offerte – promozioni, il marketing e la promozione dello stesso. Fare un sito di e-commerce è come aprire un negozio in mezzo al deserto: non passa nessuno! Facendo marketing e promozione è come se spostassimo il negozio sempre più vicino alla città.

Chiaramente questi sono alcuni consigli. Ma il consiglio più grande che possiamo dare è quello di affidarsi a dei professionisti di e-commerce che conoscano la problematica nel suo intero e possano darvi una consulenza per capire se vale la pena di passare la vostra attività on-line.

 

Introduzione a Tustena CRM

Breve introduzione sulla interfaccia e funzionalità di Tustena CRM.

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Il successo nei progetti CRM

La colpa dei fallimenti del CRM e’ da attribuire alle applicazioni software?

Difficile. La colpa non e’ mai nello strumento, ma generalmente nel manico.

E infatti, uno studio di Crmguru.com, Mangen Research Associates e Caribou Lake Customer-1 “The Blueprint for CRM Success”, analizza da vicino le implementazioni CRM per capire quali sono realmente i fattori che ne influenzano il successo.

Lo studio evidenzia che la maggior parte dei fallimenti e’ il risultato di un cattivo utilizzo degli strumenti, non degli strumenti stessi. In particolare, lo studio individua 4 fattori chiave – tutti ugualmente importanti – per il successo di un progetto CRM.

Vediamo i primi due:

1. Adottate una strategia customer-centric
Se la vostra azienda non e’ veramente orientata al cliente – e non solo a parole – il vostro progetto CRM e’ destinato al fallimento. Io mi sento di aggiungere: soprattutto siate “best customer centric”, cioe’ orientati a riconoscere e fidelizzare i vostri migliori clienti.

2. Coinvolgete lo staff, anche i livelli piu’ bassi
Non potete obbligare i vostri dipendenti a usare il sistema di CRM. Dovete progettarlo in modo che i vostri dipendenti – magari quelli ai livelli retributivi piu’ bassi che pero’ sono la vostra prima linea sul cliente – trovino dei vantaggi a usare il sistema.

3. Essere pronti a cambiare l’organizzazione aziendale
Questo e’ il terreno del mio partner Massimo Scalzo e in generale e’ il problema principale che vediamo nei progetti CRM. Un’azienda orientata ai prodotti deve rivedere la sua organizzazione per diventare orientata ai clienti. Un’azienda in cui tutte le decisioni sono gestite al vertice deve rivedere la sua “catena del comando” per consentire alle persone a contato con i clienti di soddisfare le loro richieste. E cosi’ via.

4. Definire obiettivi misurabili
Troppe volte vedo progetti CRM (e non solo CRM) senza alcun obiettivo, non solo misurabile, ma neanche definito chiaramente. Invece gli obiettivi vanno definiti e vanno definite le metriche con le quali si capisce se gli obiettivi sono stati raggiunti. Perche’ se non sapete cosa e’ il successo, non lo raggiungerete mai. E non avrete mai un budget sufficiente.

Ma questo eccellente studio svela altre due informazioni importanti per un’aziende che voglia fare CRM.

La prima: la scelta del software non ha alcun effetto sulla probabilita’ di successo! Questo non vuol dire che i software sono tutti uguali. Ma significa che nessun software portera’ al successo un progetto sbagliato. Quindi investite in strategia, organizzazione e comunicazione. Poi, in tecnologia.

La seconda: il CRM non e’ adatto alle aziende che cercano un ROI veloce. Il processo di fidelizzazione e aumento del LTV dei clienti richiede del tempo, indicativamente uno o due anni. A mio avviso, tuttavia – per mostrare al top management che la cosa funziona – e’ possibile avere dei “quick win” anche piu’ velocemente.

Non tutte le aziende sono adatte al CRM. Ma se volete farlo, c’e’ il modo di farlo con successo.

Tratto da crmitalia

Il buonismo è la morte del CRM

Riportiamo integralmente un articolo apparso su Crmitalia (http://marketingpmi.com/crmitalia/), che a nostro giudizio è molto interessante per le imprese che vogliono fare crm.

“Fare CRM vuol dire coccolare il cliente”. Quante volte ho sentito questa frase. Quante volte ho pensato che e’ totalmente sbagliata e anche dannosa.

E’ totalmente sbagliata e dannosa perche’ sposta l’accento dal business ai “buoni propositi e sentimenti” che, per definizione, vivono nel mondo delle fiabe, non certo in quello dei soldi. Nessuno dira’ mai che bisogna trattare male il cliente (anche se certi bottegai sono convinti che ogni tanto vada… educato) e quando una cosa e’ condivisa da tutti diventa invisibile.

Affinche’ una cosa abbia impatto invece deve obbligarci a pensare, a sentirla scomoda perche’ e’ nuova e ci richiede di cambiare.

Per esempio “focalizzati solo sui tuoi migliori clienti”, “trova come vendere prodotti collegati tra loro”, “misura i risultati delle tue attivita’ di marketing” sono tutte cose di questo tipo: impattanti perche’ controintuitive, ma assolutamente corrette (conti alla mano).

Gli americani invece che di “coccolare” (usato in Italia forse perche’ ci ricorda la mamma?) parlano di “win-win”, vinci tu e vinco io. Sembra piu’ pragmatico, ma non lo e’. E’ “wishful thinking”, “belle idee”, ma svincolate dalla realta’.

Perche’ nel CRM non bisogna mai dimenticare il ROI, il motivo per cui facciamo tutto questo: vendere in modo piu’ profittevole rispetto a quello tradizionale. Certo, questo puo’ essere fatto servendo meglio i clienti, ma non deve essere mai il fine, solo – eventualmente e se funziona – il mezzo.

Insomma, il buonismo, “win-win”, “coccoliamoci” e via dicendo e’, a mio avviso, uno dei motivi chiave che portano al fallimento del CRM.

Siate spietati invece: analizzate la vostra base clienti, individuate i clienti su cui vale la pena investire in CRM e cercate di capire come farci piu’ soldi.

Troppo crudo? Signori, cerchiamo di pensare al business.

ICT Sviluppo diventa Tustena CRM Distributor

ICT Sviluppo grazie alla partnership con Digita, é distributore di Tustena CRM, è può dare avviamento / supporto alle strutture che voglio rivendere Tustena CRM ai loro clienti, tramite vari livelli di parterships.
Per Informazioni dei vantaggi e su come diventare Partner o Reseller Tustena CRM, mandate una email a: tustenapartner@ictsviluppo.it oppure telefonate allo 0444-1837126

Tustena Crm è la soluzione di Customer Relationship Management che fornisce una fotografia completa del cliente, o potenziale cliente, accrescendone la conoscenza collettiva e consentendo di sfruttare al massimo ogni opportunità di business.

La configurazione di Tustena Crm è adatta alla maggior parte dei settori commerciali in quanto dispone di una serie di moduli che permettono di customizzare il software in base alle esigenze della realtà aziendale in cui viene posizionato.

Perché Tustena CRM?

  • Frutto di 10 anni di studio, ricerca e sviluppo
  • Gestisce in modo efficace tutti gli aspetti pre e post vendita
  • Facile da installare e configurare
  • Utilizzabile con dispositivi mobili (IPhone, Android, Blackberry, palmari)
  • Prodotto 100% italiano
  • Elevato ROI e costi di investimentio iniziali contenuti
  • Integrato con i maggiori Gestionali Italiani, come Mago.Net e Gamma Sprint e Gamma Enterpise

Cosa fa Tustena CRM?

  • Gestione lead, clienti, contatti e aziende
  • Gestione dei contatti / Aziende dal preventita al post vendita.
  • Pianificazione e gestione attività
  • Campagne di marketing
  • Report avanzati
  • Calendario aziendale e appuntamenti
  • Integrazione con software terzi e sito web aziendale
  • Catalogo prodotti e gestione parco macchine
Contattaci per ricevere informazioni o per una demo mandando una email a tustena@ictsviluppo.it oppure telefonando allo 0444-1837126

La mentalità italiana nei confronti dell’ICT, nel 2010

Leggo su PC Professionale di Ottobre 2010, un articolo sui nuovi sistemi di Cloud Computing, che permettono alle aziende con investimenti contenuti, di usufruire di infrastrutture IT e software di altissimo livello, ospitate da aziende tipo Microsoft, Amazon, VMWare.

Come al solito la parola problematica in italia è “investimenti”, soprattutto per la mentalità ottusa e politica di Manager/Proprietari.

Snoccioliamo alcuni dati.

In base ad una indagine condotta da NextValue in collaborazione con CIOnet su 200 IT manager (definiti CIO Chief Information Officer) è risultato quanto segue:

In Europa  i CIO intendono spostare su cloud nei prossimi 12 mesi, i seguenti servizi:
74% servizi email
51% applicazioni office come fogli di calcolo, calendari, elaboratori di testo etc.
49% applicazioni di unified comunications come fonia, instant messaging etc.
49% applicativi CRM (Customer relationships management)

In Italia invece la situazione cambia drasticamente;
54% la business intelligence (analisi dei dati aziendali)
36% BPM (business process management) per la gestione dei processi aziendali
22% applicazioni di unified comunications come fonia, instant messaging etc.
17% ERP (software gestionale per la gestione completa della azienda).
6% servizi email

Inoltre c’è da sottolineare che solo il 7% delle aziende italiane ha sviluppato una soluzione di cloud in azienda contro il 29% di quelle europee.

Come previsioni di adozione, in Italia solo il 9% di aziende prevedono di passare a servizi cloud, contro il 32% a livello europeo.

La mia considerazione è che oltre a un discorso numerico, che identifica una scarsa propensione all’innovazione delle aziende italiane, esiste un problema ancora più grave, che è il tipo di servizi che queste aziende vogliono implementare.

Mi spiego: in Europa le aziende hanno già superato lo scoglio di implementazioni di applicazioni “core” tipo gestionale, business intelligence, bpm,  per passare ad applicazioni e servizi avanzati che permetteranno ad esse di competere nel mercato globale, applicazioni del tipo CRM, maggiore sicureza e affidabilità nelle email e sistemi di comunicazioni unificati.

In Italia siamo ancora ancorati ad applicazioni “core” che oramai per le aziende sono “commodities” ovvero sono molto standardizzate e l’implementazione di un marchio rispetto ad un altro di queste applicazioni/servizi, non è più un vantaggio competitivo per le aziende.

Ma la cosa a mio giudizio, più sconcertante sono le motivazioni che i CIO italiani danno a questa arretratezza:

66% parlano di freni tipo manageriale, legati alla mancanza di cultura aziendale
23% di freni di tipo operazionale, cioè mancanza di competenza tecnologiche e difficoltà di integrazione degli applicativi (mi vengono in mente le varie “isole felici” dei nostri produttori di gestionale, dove la parola “integrazione” è qualcosa di molto remoto)
29% ostacoli di natura finanziaria derivati dalla mancata capacità di misurare il rendimento e la mancanza di budget.

I problemi tecnici sono un ostacolo solo per il 5% degli intervistati.

Cosa emerge da questo quadro?

Sia a livello manageriale che a livello di forza lavoro, manca cultura e formazione. Quindi lo sforzo delle aziende italiane è quello di mantenere lo status quo e non quello di evolvere e di competere nel mercato (magari accusando il fatto che il lavoro in italia costa molto, quindi non si guadagna e che è meglio espatriare. Ma in germania o in Francia costa meno il lavoro?)

 Ultimo appunto: nella mia carriera di professionista ICT mi sono sempre scontrato con questi “mulini a vento”, magari pensando che certe volte sono io che propongo e sostengo cose fuori dal mondo. Ma non immaginavo che questo “Mondo” finiva e tutt’oggi finisca in italia……

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